soggetto, drammaturgia, video Luca Carboni e Gabriel Da Costa 

collaborazione artistica Tatjana Pessoa – Filippo Renda
suono Aurelien Van Trimpont
luci Eleonora Diana

la voce del robot è di Giulia Valenti

direzione di scena Claudio Bellagamba 

assistente Federico Malvaldi

immagine di locandina Elliot Z. 

grafica Marco Smacchia
foto di scena Antonio Privitera

 

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Théâtre National de Bretagne – Rennes, Collectif Novae – Bruxelles

 

Si ringrazia collettivo Saveria Project, Octavie Pieron, Leonardo Veneziano, Francesco Genova, Doriana di Dio, Arianna Bellini, Giorgia Annovi, Fabrizia Zorzenon, Bettina Zaccaria, Danny dello Iacovo, Sara Gagliani, Francesco D’alessandro, Viacheslav Bragaglia, Davide Manunza, Vincenzo Faggiano, Aldo di Benedetto, Sabino di Donato, Manuela Gamper, Amin Hussein, Centro Dedalus (Bologna), COD strada Borrelle (Modena)

 

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All’inizio volevamo parlare dell’errore.

Ci siamo interessati prima di tutto ai glitch (le immagini deformate dall’errore digitale o analogico). Poi ci siamo interessati ai piccoli equivoci senza importanza, ai grandi errori della storia, alla sfocatura e all’inadeguatezza della nostra visione del mondo e del reale.

Volevamo parlare di noi, di Luca e Gabriel, della nostra paura di agire, della paura di sbagliare. Avevamo entrambi già provato questa sensazione. Volevamo cercare di catturare il momento dell’errore, quel momento preciso in cui d’improvviso tutto si blocca, diventa nebuloso, irrisolvibile, sembra perdersi e cadere.

Quello che ci interessa dell’errore è lo stato di irrigidimento che provoca. Un irrigidimento che sembra possa condizionarci in maniera esponenziale: più sbagliamo, più la nostra paura di agire aumenta e finiamo così per rimanere bloccati, immobili davanti a un mondo in cui tutto ci appare troppo grande, caotico, pericoloso.

Durante un periodo di ricerca di circa un anno abbiamo intrapreso un lungo roadtrip e abbiamo intervistato le persone che casualmente o meno si trovavano sul nostro percorso.

 

Domande che facevamo durante le interviste:

 

Hai dei rimpianti?

In generale?

Pensi che avresti potuto fare diversamente?

Agire diversamente?

In generale?

Fare altre scelte?

Assumi le tue decisioni?

Ne assumi le conseguenze?

Vorresti essere qui o altrove?

Sei felice, in generale?

Hai delle crisi di panico?

Ti sei mai trovato paralizzato perché non sapevi cosa scegliere?

Ti sei mai trovato a camminare mentre sentivi che tutto il tuo corpo voleva correre nella direzione opposta?

Ti piace correre?

Ti piace dire arrivederci?

Ti piace il suono dell’espressione arrivederci?

E addio?

Hai mai detto addio?

 

Abbiamo cercato di capire l’immobilità delle persone che abbiamo incontrato, di farcene carico, di incarnare le loro paure.

Questo ci ha portato a accumulare una massa di immobilità che dovevamo sfogare: è li che abbiamo incontrato un personaggio.

Perché un uomo, una notte d’estate, è rimasto immobile per ore davanti a un erogatore di benzina, senza fare nulla?

Quest’uomo ha circa la nostra età, ha subito anche lui tutte le critiche della nostra generazione: la generazione dei privilegiati, per i quali ogni cosa è servita su un piatto d’argento, la generazione che non fa rivoluzioni, che resta più a lungo a casa dei genitori, quella dei disoccupati, assistita dalle macchine e dalle nuove tecnologie. Un uomo che è nato con internet e gli smartphones, che ha vissuto i primi anni da adulto nell’era post-industriale, a confronto con l’economia di massa, la sovrapproduzione, la sovrappopolazione, il riscaldamento climatico e l’estinzione delle specie protette. 

Cosa ha causato la sua immobilità? Una crisi di panico, un burn-out, un momento di riflessione o un atto di ribellione?

Quest’uomo è diventato nostro amico. L’abbiamo chiamato Sam. Scriviamo la sua storia.

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